lunedì 16 gennaio 2012

Plastic: Too good to throw away

Tra odio e amore, culto e diffidenza, iper-sfruttamento e poi abbandono, la "plastica" ha segnato la contemporaneità, gli stili di vita e la cultura, non soltanto a livello materiale.
Da specchio del boom economico e dell'euforia per il benessere diffuso, si è fatta portavoce di un'epoca fatta di produzione in serie, consumismo, globalizzazione. Ha subìto la parabola discendente della società capitalista, fino a rivestire il ruolo indebito di motore di falsità, inautenticità, disattenzione nei confronti del valore degli averi, delle tradizioni e dell'ambiente.
La plastica, oggi, nel nostro immaginario, ha perso gran parte del fascino primigenio. Non è più sinonimo di progresso, né di ricchezza. È vista con sospetto, quasi con spregio, e desta, spesso, veri e propri sensi di colpa per i danni – già irreversibili – causati al pianeta da un secolo di industria priva di coscienza e di controllo.
Tuttavia, alla plastica dobbiamo gran parte degli oggetti che ci circondano e delle invenzioni che hanno migliorato la qualità delle nostre vite. Ha permesso di produrre a basso costo prodotti belli, robusti, efficienti, alla portata di tutti. Innumerevoli prodotti che oggi utilizziamo non sarebbero pensabili con altri materiali, a meno di rinunciare a proprietà di leggerezza, elasticità, isolamento, trasparenza, etc.
Dalla loro introduzione, le materie plastiche hanno poi incontrato evoluzioni, affinamenti, innovazioni, che le hanno differenziate e ottimizzate per qualsiasi applicazione.
Senza la varietà e la versatilità delle plastiche, non potremmo immaginare il mondo in cui viviamo, né coi suoi difetti, né con i suoi pregi.
Per fronteggiare i primi e perseguire i secondi, ciò che occorre non sono altri materiali, bensì altri atteggiamenti. Produrre in plastica non è sinonimo di produrre per buttare. La plastica è una grande risorsa. Viene da fonti non rinnovabili, e come tale è preziosa. Sta a noi capirlo e farne un uso responsabile.


Valida sostenitrice di queste posizioni è Susan Freinkel, autrice del libro "Plastic: A toxic love story" (Houghton Mifflin Harcourt, 2011), con cui investiga, attraverso la storia di 8 oggetti di uso comune, i rischi, le potenzialità, il passato e il futuro del complesso rapporto che lega la nostra società e la nostra vita a questo, insostituibile, materiale.


Prima del libro, vi invitiamo a leggere questo breve articolo, dal NY Times, e a commentarlo riportando le vostre esperienze e riflessioni:


http://www.nytimes.com/2011/03/18/opinion/18freinkel.html



1 commento:

  1. Ciò che mi ha sempre affascinato della plastica, forse nel tentativo di trovarle nobili origini intellettuali per rimediare al "senso di colpa" di cui si parla nell'articolo introduttivo di Dario Martini, è il fatto che sia esplosa come fenomeno nel momento in cui stavamo inventando cose totalmente nuove, slegate da qualsiasi tradizione di elaborazione delle forme, di lavorazione dei materiali, di assemblaggio delle parti, di evoluzione della facoltà di "fabbricare" gli oggetti.
    Mentre una ciotola può essere indifferentemente di vetro, legno o plastica (al netto delle rispettive proprietà, che non ne mutano la funzione fondamentale del contenere) il rapporto di tanti altri oggetti con la plastica è decisamente più speciale.
    Una radiolina di plastica non è solo la traduzione in plastica di una radio a condensatori in legno e ottone dell'ottocento: è un'altra cosa. Un telefono in plastica non è la traduzione in plastica del telefonone da parete che vediamo nei film di Stanlio e Onlio: è un'altra cosa. E pensiamo ancora a oggetti che non sono mai esistiti prima, la cui prima edizione è stata in plastica: un televisore ha una vita al di fuori della plastica praticamente trascurabile. O ancora: il cellulare non è mai stato di materiali diversi dalla plastica.
    Se la creta o il vetro possono essere modellati in una gran varietà di forme, non smettono comunque di sembrare incontrovertibilmente se stesse: creta e vetro. La plastica è un materiale che avendo perso qualsiasi suggestione di naturalità si presta bene alla realizzazione delle cose più astratte, di natura più spintamente speculativa.
    A volte penso che Étienne-Louis Boullée se fosse vivo oggi costruirebbe davvero il Cenotafio di Newton, e lo farebbe di plastica. Così Piero Manzoni e il suo Placentarium.

    P.S. Non c'è cosa che mi faccia arrabbiare di più di un minuscolo dentino di plastica che si rompe in uno stereo, una fotocamera, un cellulare... che ti costringe a buttare tutto l'oggetto altrimenti perfettamente funzionante.

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